Arrivederci

I miei racconti lesbici si sono conclusi.
Tutto quello che c’era da raccontare l’ho raccontato.
Ho tirato fuori tutta la mia coscienza lesbica e l’ho affidata alle parole.
Adesso la mia anima è sgombra, pronta a riempirsi di altra vita, altro impegno, altro amore.

Non mi sento più lesbica.
Cioè, non sento più di appartenere alla “categoria” delle lesbiche.
Per più di 20 anni ho alimentato un forte senso di appartenenza.
Ma negli ultimi tempi mi sono sentita sempre più estranea.
Forse perché nel frattempo il mondo è cambiato.

O forse perché ho guardato al di là del muro che mi circondava.
E, al di là del muro, ho visto tante belle persone che vivono, si impegnano, scopano.
Io sono come quelle persone.
Non ho più niente in comune con queste due lesbiche italiane che hanno paura di vivere, di impegnarsi, di scopare.

Vabbè, il fatto di aver conosciuto una bella persona che mi piace guardare, con cui mi piace parlare, che appena mi bacia gli viene duro, mi ha dato una forte spinta per scavalcare il muro.
E il fatto che questa persona sia un uomo non rappresenta un’anomalia.
Cioè, c’era una probabilità su due …

Un’avventura etero

Così ieri sera sono andata a ballare.
Era da un anno che non andavo più a ballare.
Sono passati a prendermi due ragazzi che lavorano con me.
In macchina c’era pure la fidanzata di uno dei due, una bella tipa, irreparabilmente etero, ma decisamente scopabile.
Prima ci siamo fermati in un pub.
Caipirinha, patatine, musica, quattro chiacchere con la tipa, giusto per conoscerla un po’.

La discoteca era lì vicina, ci siamo arrivati a piedi.
La tipa e io siamo andate subito a ballare.
All’inizio mi sentivo un po’ arrugginita, spaesata.
Poi le gambe e le braccia e tutto il resto hanno cominciato a riprendere confidenza con il ritmo.
E la testa s’è svuotata.
A quel punto non mi fregava più niente di niente, stavo bene, avrei potuto continuare a ballare per delle ore.
Dopo non so quanto, la tipa mi si avvicina all’orecchio per urlarmi che c’è un suo amico che mi vuole conoscere.
Non ho abbastanza fiato, non sono abbastanza lì con la testa per urlarle che la cosa non m’interessa.
Per amor di pace le faccio sì con la testa e lascio che l’amico della tipa venga a urlarmi il suo nome.
Un ragazzo ben messo, i capelli rasati, la faccia da ghe-pensi-mì.
Balliamo per un altro po’, io e lui (la tipa intanto se n’è andata), fino a quando il ragazzo, sempre più vicino, sempre più appiccicato, m’arpiona per un braccio e mi urla se ho voglia di andare a bere qualcosa.
Ok, andiamo a bere qualcosa, basta che si scolli un po’ di dosso.
Crepi l’avarizia, un bel Daiquiri (tanto offre lui, ehehehe).
Rassegnata al fatto che, nel bar all’aperto, la musica non è abbastanza alta da impedirci di parlare, afferro il bicchiere che il barista m’allunga con uno sguardo un po’ viscido, e rimango ad ascoltare quello che il ragazzo ha da dirmi.
Non sono una grande esperta nei riti di accoppiamento eterosessuale.
Ma se un ragazzo che
– chiede di conoscermi
– mi balla attaccato addosso
– m’invita a bere qualcosa al bar
comincia senza preamboli a chiedermi se sono single e come mai sono single, che cosa devo pensare?
Per un po’ lo lascio andare avanti ma poi mi scappa troppo da ridere e sono costretta a dirglielo.
“Guarda che io sono lesbica …”
“No! non ci posso credere! ma ne sei sicura? … cioè, non hai mai provato …”
E via di questo passo, per il tempo restante del Daiquiri e di un successivo Mojito e di due sigarette.
A parte il fatto che una
– non muore dalla voglia di discutere di certe cose con un ghe-pensi-mì qualsiasi
– non s’inventa certe storie soltanto perché quella sera non ha voglia di darla via
che cosa cavolo deve fare una povera lesbica per dimostrare la propria lesbicaggine a un esemplare da riproduzione maschio in overdose testosteronica?
Presentare un certificato?
Un esame del sangue?
Il ragazzo che all’improvviso si mette ad armeggiare con una diavoleria ultratecnologica che s’è tirato fuori dalla saccoccia (“scusa, mi vibra, guardo soltanto chi m’ha chiamato”) e mi si accende la lampadina di Archimede.
“Quel coso si connette a internet?”

Spiego al ragazzo come arrivare sulla homepage del Forum lesbico che frequento.
Sorvolo sulle bave che gli colano della bocca, al solo pensiero di trovarsi nel gineceo di un gruppo di lesbiche che si raccontano chissà quali porcate, e gli dico di dare un’occhiata al topic di presentazione di una certa luce.
Il topic s’intitola LESBICA DI SPALLA.
Il ragazzo legge, rilegge, e gira il faccione per guardarmi.
“luce sei tu? … cioè … come faccio a sapere che sei tu?”
Ma allora è scemo!
Mi faccio dare la diavoleria ultratecnologica, cristono un po’ per digitare nick e password, vado sulle fotografie che ho pubblicato nella zona riservata e gliele sbatto davanti al naso.
Il ragazzo le guarda, con la faccia stupefatta di un adolescente alla prima canna, alza la testa per guardarmi dal vero, l’abbassa di nuovo per riguardare la prima foto, quella dove ridacchio e faccio la faccia da stronza.
“Cazzo, sei proprio lesbica!”

Il resoconto della mia avventura etero potrebbe chiudersi qui.
Ma c’è stato uno strascico.
Solo più tardi, quasi all’alba, mentre tornavo a casa, mi sono resa conto che il mio nick e la mia password erano rimasti memorizzati nella cronologia della diavoleria ultratecnologica del ragazzo.
Prima ancora di togliermi le scarpe e di andare a fare la pipì (avevo la vescica che mi scoppiava), ho acceso il computer, mi sono connessa, e ho controllato che il ragazzo, casomai gli fosse venuto in mente di gironzolare per il Forum con il mio nick e la mia password, non avesse combinato dei danni.

No, nessun danno.
Per maggior sicurezza ho cambiato la password.
Ed è così che, finalmente, con l’anima in pace, ho potuto andare in bagno a farmi una bella pisciata.
Ahhh …

Stelle sul soffitto

ma se domani io
mi accorgessi che ci stiamo sopportando
e capissi che non stiamo più parlando
se ti guardassi e non ti conoscessi più
io dipingerei
di colori i muri e stelle sul soffitto …

Ero convinta che prima o poi mi sarebbe passata.
Invece ogni sabato mi ritrovavo lì, a ballare in mezzo a loro.
Loro ormai s’erano accorte della mia esistenza.
Qualcuna ogni tanto mi guardava, con quel genere di occhiata che ormai avevo imparato a riconoscere, che avevo imparato a ricambiare.
Salvo poi distogliere lo sguardo.
Come se i miei occhi, puntati negli occhi della ragazza che mi guardava, potessero rivelare la presenza di un desiderio che non riuscivo più a nascondere.

Un desiderio folle, disperato.
Gli occhi della ragazza che quel sabato mi ballava accanto lo videro e lo riconobbero.
E mi sorrisero.
Allora sentii ritornare quella sensazione, che mi bruciava nella pancia e nel cervello.
Mano a mano che la ragazza si avvicinava e mi sorrideva, quella sensazione mi stringeva il fiato in gola, mi paralizzava le gambe.
Era così che si sentivano le troiette di Piero mentre lui le guardava?

La ragazza si chiamava Concetta.
Era la stessa ragazza che il primo sabato, dal bordo della pista, avevo visto ballare attaccata a quell’altra.
Allora m’ero immedesimata con quell’altra.
L’avevo compatita per il suo destino di preda, predestinata a subire il fascino della Dea, a piegarsi in ginocchio davanti a Lei, mentre Lei la stregava con i suoi sortilegi.
Da quel primo sabato erano passati tanti sabati.
Non ero più ferma sul bordo della pista a guardare.
E mentre Cetta mi ballava vicina, sempre più vicina, sapevo bene che questa volta la preda ero io.
Ma saperlo non serviva a niente.
Nemmeno se fosse arrivato qualcuno a gridarmi “scappa! vai via!”, sarei riuscita a muovere un passo per mettermi in salvo.
Era così che si sentivano le troiette di Piero mentre lui le conquistava?

Cetta non era una luce che illuminava.
Cetta era una forza che attirava.
Con quei capelli neri che le scendevano a coprire una metà del viso.
Con quel viso scuro e drammatico di un’attrice di tragedia.
Ma ciò che mi toglieva il fiato e mi paralizzava le gambe era la sua presenza fisica.
La dimensione, il peso, l’odore, il calore del suo corpo attaccato al mio.
Era così che si sentivano le troiette di Piero mentre lui si chinava a baciarle?

A svegliarmi fu la musichetta stupida del cellulare.
Freddo, buio, il chiarore assurdo di quelle stelle fosforescenti appiccicate sul soffito.
– pronto … –
– dove sei? –
– Piero … –
– Gaia … dove sei? –
– … cazzo! … che ore sono? –
– Gaia! dimmi dove sei! –
– … scusami … mi sono addormentata … –
– GAIA! DIMMI DOVE CAZZO SEI! –

Saltata su dal letto un momento dopo di me, Cetta aveva acceso la luce del comodino.
Mentre cercavo di spiegare a Piero dove mi trovavo lei s’aggirava nuda e infreddolita per la stanza, alla ricerca dei nostri vestiti sparsi sul pavimento.
Non mi guardava e non mi parlava.
Sapeva che la colpa era la sua.
“cinque minuti …“ aveva detto “cinque minuti e ci alziamo …“

Era tardissimo e la consapevolezza di quello che avevo fatto mi raggelava più del freddo che c’era nella stanza.
Ormai era inutile che mi sbrigassi a rivestirmi e abbottonarmi.
Ed era inutile che mi scervellassi a cercare delle giustificazioni da raccontare a Piero.
E delle balle da raccontare a mio padre, che prima o poi m’avrebbe chiamata per sapere dov’ero, e che m’avrebbe aspettata in piedi per farmi il cazziatone del secolo.

A Cetta non mi veniva niente da dire, neanche riuscivo a guardarla.
Avrei preferito che non m’accompagnasse attraverso l’atrio e il cortiletto e il portone.
E che non rimanesse lì con me, in silenzio, ad aspettare di veder spuntare dall’inizio del vicolo i fanali della macchina di Piero che veniva a prendermi (ammesso che Piero non si perdesse un’altra volta nel casino di sensi unici, non mi chiamasse un’altra volta sul cellulare, non ricominciasse a cristonare mentre gli spiegavo un’altra volta la strada).

La macchina si fermò davanti al portone ed io salii in fretta, prima che Piero potesse scendere, prima che Cetta potesse salutarmi o stringermi per un ultimo bacio.

– almeno ti sei divertita? –
– scusa … –
– non potevi almeno avvertirmi? –
– mi dispiace … –
– io non so se riesco a sopportarla questa cosa … –
– che cosa? –
– cioè, adesso funziona così? io ti porto in discoteca e tu ti fai caricare da qualcuna e a una certa ora ti vengo ad aspettare sotto casa sua? –
– Piero … più che chiederti scusa e dirti che mi dispiace io non so che cosa dirti … cioè … –
– a me questa cosa non sta bene … non mi sta bene per niente … –
– cioè … A TE non sta bene? … e a me? … pensi che a me stia bene? … tu mi chiedi il permesso per le troiette che ti scopi? –
– Gaia … non sono io che ho creato questa situazione … –
– e chi l’ha creata? … sei stato tu a dire che non potevamo lasciarci così … che dovevamo continuare a stare insieme … –
– no! lo abbiamo deciso tutt’e due! –

– Piero … dimmi cosa vuoi che faccia … –
– non lo so … –
– vuoi che la piantiamo lì? –
– forse è meglio … –
– già … adesso non ti sta più bene … –
– Gaia … non è colpa mia se le cose sono andate così … –

Era tardissimo.
La macchina di Piero arrancava su per il vialetto inghiaiato che dalla statale saliva verso casa mia.
M’aspettavo che da un momento all’altro i fanali avrebbero illuminato la figura di mio padre che c’aspettava in piedi in mezzo al cortile.
Sarebbe stata la conclusione perfetta.
Invece in cortile non c’era nessuno.
Tutte le luci della casa erano spente.
Nemmeno il cane, che conosceva il rumore della macchina di Piero, s’era scomodato a uscire dalla sua cuccia per dare una mezza abbaiata.
Piero spense il motore e rimase lì seduto immobile a guardare avanti, verso le luci del paese che brillavano dalla cima della collina di fronte.

– Piero … vuoi che la piantiamo lì davvero? –
– non lo so … –

Piero non girò neanche la testa per guardarmi scendere dalla macchina e, prima ancora che richiudessi la portiera, aveva già riacceso il motore.
Rimasi ferma sulla porta di casa a guardare mentre faceva manovra in cortile, imboccava il vialetto inghiaiato, ritornava sulla strada, accelerava, spariva dietro la prima curva.
E rimasi ancora lì a guardare le luci dei fanali che rispuntavano dalla curva dopo.

Lì tra i bricchi faceva meno freddo che giù in città.
La città era soltanto un alone di luce arancione che si alzava verso il cielo da dietro l’ultima collina.
Nel panorama delle colline e delle vigne si distingueva, più netta che in altre notti, la separazione tra l’aria fredda e umida che ristagnava nei fondovalle e l’aria tiepida che galleggiava limpida più in alto.
E, più in alto ancora, il cielo pieno di stelle.

Mi venne da ridere.
Mentre Cetta mi tirava per mano nella sua camera, mentre mi baciava e mi spingeva sul letto, mentre m’infilava le mani dappertutto e mi strappava i vestiti di dosso, i miei occhi erano soltanto riusciti a fissarsi sul chiarore assurdo di quelle stelle fosforescenti appiccicate sul soffitto …

La figa bisbetica

Funziona così.
Se me ne sto dalla mia parte del letto, lui dorme tranquillo.
Se invece m’avvicino e mi metto a cucchiaio, per prendermi un po’ del suo calore, nell’ora più fredda prima del mattino, gli viene subito duro.
Lo so, è solo una reazione meccanica, gli succederebbe con qualsiasi donna.
Ma in questo momento, in questo letto, la donna sono io.
Come posso riaddormentarmi con questo cazzo duro e bollente che mi preme sul culo?
Inarco la schiena, piego le gambe, mi spingo indietro.
E il cazzo trova la strada verso la figa ch’è già pronta a riceverlo.

Non so se è sveglio.
Forse dorme e sogna di scopare.
E forse, nel sogno, scopa con un’altra.
Non me ne importa.
Non sento neanche l’ansia, la figa non si ribella, il cazzo scivola dentro senza nessun dolore.
Scoperei così per delle ore, con lenti movimenti del culo e una sditalinata ogni tanto, per tenermi l’orgasmo lì a portata di mano.

Alla fine s’è svegliato.
Adesso è lui che mi scopa, con le sue braccia che mi tengono, con le sue spinte che mi prendono.
La figa tenta di contrarsi, un breve spasmo di dolore, ma pure lei ha capito che ormai è tardi per opporsi.
E’ una figa bisbetica.
Non vuole ammettere che questo uomo, in fondo, piace anche a lei …

Il fisico della puttana

Ti manca il FISICO della puttana.
Perché la vera puttana è una che apre le gambe senza guardare in faccia a nessuno.
Perché il suo unico interesse è per se stessa.
Ma non pensare che la puttana sia una ninfomane.
Anzi, il sesso non le interessa più di tanto.
A lei interessa il pubblico.
Se non fosse per eccitare il pubblico, si limiterebbe a qualche seduta di autoerotismo di tanto in tanto, giusto per grattarsela quando le prude.
E infatti le puttane più navigate, che per il fatto di essere navigate non si bagnano più, vanno a cercarsi nuovi pubblici altrove.
Alcune si danno alla politica, altre alla letteratura e altre (le sciroccate come me) s’innamorano delle bimbeminkia come te.
Ma il vero motivo per cui non sei una puttana è che ti manca il senso artistico.
Perché la vera puttana è un’artefice di se stessa, una scultrice che incide con lo scalpello nella propria carne, una pittrice che intinge il pennello nella propria figa, una scrittrice che scrive con l’inchiostro rosso del proprio sangue.
Con questo non dico che tu non sia abbastanza brava a scolpirti, a ritrarti, a raccontarti.
Il problema è che sei chiusa, avara di te stessa.
Nemmeno concepisci l’idea di usare te stessa come materia di un’opera d’arte.

Leccare la figa è un’arte

Inizia con circospezione.
Se ti ci avventi lei si spaventa.

E non fare la morta di fame.
Una che ci sa fare non va SUBITO a cercare il clitoride, ma ci gira intorno, si fa desiderare, stuzzica con le dita, gioca con la lingua.

Ottima idea quella di iniziare prima di togliere le mutandine.
Baciare e toccare sopra, di fianco, intrufolarsi, spostarle di lato, solo un poco, solo quel tanto che basta …

Vacci piano!
Il clitoride è delicato, mooolto delicato.
Se c’arrivi sopra come se dovessi scartavetrarlo con la lingua:
1) ci fai la figura della dilettante
2) le provochi delle ustioni di terzo grado
3) tutta la poesia se ne va a farsi fottere.

Titilla qui, titilla là, drizza le antennine, cerca di capire se lei apprezza.
Se lei apprezza, aumenta un po’ … solo un po’ … solo un altro po’ …

Ok, lei gode con il clitoride.
Ma tu non ti devi fissare soltanto lì.
Troppo materiale, troppo monotono.
Potrebbe pensare che non hai fantasia.

Meglio che ogni tanto vai a farti un giretto intorno.
Scendi un po’ ad assaggiare la sua eccitazione.
Scendi un altro po’ a farle il solletico con la punta della lingua.
Scendi un altro po’ a …
“hey! ma dove vai?”
… non starla ad ascoltare … tu continua a scendere …

Non sei a un ballo, non devi tenere il ritmo.
Ogni tanto accelera, ogni tanto rallenta.
E non leccare solo con la punta della lingua.
Ogni tanto dalle una pennellata di piatto.

E non andare solo su e giù.
Ogni tanto gira.
Prova a scrivere il suo nome con la lingua.

E intanto tieni sempre le antennine dritte.
I suoi respiri sono sussurri, i suoi gemiti sono parole, i suoi movimenti sono canzoni.

E guarda che non hai soltanto la lingua.
Con le dita accarezzi, esplori, scopri, penetri, giochi, provochi, ecciti.
E magari puoi andare alla ricerca del Santo G-raal.

Dicono che sia lì … no, un po’ più dentro … no, un po’ più sopra … sì, proprio lì … hai sentito come ha reagito? quel piccolo scatto? quel respiro più forte?
Tienilo a mente, magari la prossima volta ti tornerà utile.
Magari la prossima volta lei ti farà una sorpresa …